Eseguita la login, vai al "Menu Utente" sulla colonna destra della home page, e scrivi il tuo articolo.
Scritto da Redazione di Quioggi.net    Sabato 29 Maggio 2010 00:00    PDF Stampa E-mail
Petrolio in mare
 

Il 20 aprile scorso la Deepwater Horizon , piattaforma petrolifera offshore gestita dalla British Petroleum con 126 persone a bordo, è esplosa nelle acque del Golfo del Messico, ad 80 km dalle coste americane della Louisiana. Ci sono voluti due giorni per domare l’incendio, ma la piattaforma è affondata e 11 persone hanno perso la vita. Dalla falla apertasi nella bocca del pozzo, a 1.500 metri di profondità, il petrolio ha cominciato a riversarsi in mare al ritmo di 2 milioni di litri al giorno e, dopo quaranta giorni dall’incidente, nessuno è stato ancora in grado di fermarlo. La marea nera ha già raggiunto le coste della Louisiana ed ora minaccia la Florida e l’isola di Cuba. In queste ore è in atto un ulteriore tentativo di chiusura della falla, denominato Top Kill, ma, comunque vada, siamo di fronte alla più grande catastrofe ambientale che si sia mai abbattuta sugli Stati Uniti. L’ecosistema e l’economia delle zone costiere ne resteranno danneggiati per decenni.

  
 

Non è questo il primo disastro causato da una piattaforma petrolifera in mare aperto (ce ne sono stati altri 150, con 600 morti e miliardi di litri di petrolio finiti in mare), e purtroppo non sarà neanche l’ultimo. In queste enormi strutture metalliche il pericolo di una catastrofe è sempre incombente, perché esse operano in ambienti estremi, e sono esposte alla furia degli elementi naturali sulle superfici degli oceani, negli abissi marini e sotto la banchisa ghiacciata dei poli, dove spingono le loro trivelle fino a 8 chilometri di profondità.
Finché il 98% dell’energia impiegata nei trasporti deriverà dal petrolio, ed il suo prezzo si manterrà sugli attuali livelli, le compagnie petrolifere continueranno a cercarlo nelle zone più impervie, senza curarsi di analizzare i rischi e predisporre i possibili rimedi. Continueranno a realizzare utili misurati in decine di miliardi di dollari, come hanno fatto la British Petroleum e la Exxon Mobil nel primo trimestre di quest’anno, e si riveleranno incapaci di reagire agli imprevisti in modo efficiente, come sta dimostrando la British Petroleum nella vicenda della Deepwater Horizon. 
Ma il petrolio finisce in mare anche a causa di incidenti in cui restano coinvolte le petroliere, soprattutto a causa dei loro bassi standard di sicurezza. Tra i più gravi degli ultimi decenni si ricordano quello della collisione avvenuta nel 1979 nei Caraibi, al largo di Trinidad e Tobago, tra le superpetroliere Aegean Captain e Atlantic Empress, che provocò la fuoriuscita di 270.000 tonnellate di petrolio, e quello della Exxon Valdez, che nel 1989 si arenò in un fiordo del sud dell’Alaska, e riversò in mare 30.000 tonnellate di greggio contaminando l’intera baia di Prince William, che dopo 21 anni è ancora inquinata.

 

Ci sono poi le perdite di petrolio legate alle operazioni di scarico del greggio nei porti, dove è facile che un raccordo si guasti e litri di petrolio in pressione vengano spruzzati in mare, e quelle legate allo smaltimento delle acque di zavorra delle navi ed al lavaggio delle loro cisterne, che vengono eseguiti in alto mare e di notte per non essere visti.
Il petrolio danneggia per decenni, ed a volte irreversibilmente, gli ecosistemi costieri e marini. Esso infatti libera sostanze tossiche che rovinano l’apparato respiratorio umano, avvelena uccelli e mammiferi marini e ne uccide le uova e le larve, sconvolge la vita dei fondali e l’intera catena alimentare con grave danno delle economie locali.
Ed al danno si aggiunge la beffa, perché le popolazioni danneggiate difficilmente riescono a strappare alle compagnie petrolifere un risarcimento per i danni loro arrecati, come in Alaska, dove gli abitanti della zona a distanza di 21 anni sono ancora in attesa di ricevere i 5 miliardi di dollari loro assegnati per il disastro causato dalla Exxon Valdez.


 

Bisogna reagire a questo scempio imboccando l’unica strada possibile, quella di sostituire progressivamente il petrolio con le energie rinnovabili (solare, eolica, da biomasse). Nel frattempo si riducano gli sprechi energetici, non si estragga più petrolio dalle zone difficili e si consenta la navigazione solo alle petroliere in possesso dei necessari requisiti di affidabilità.

(cliccare sulle immagini per ingrandirle)



 

Your are currently browsing this site with Internet Explorer 6 (IE6).

Your current web browser must be updated to version 7 of Internet Explorer (IE7) to take advantage of all of template's capabilities.

Why should I upgrade to Internet Explorer 7? Microsoft has redesigned Internet Explorer from the ground up, with better security, new capabilities, and a whole new interface. Many changes resulted from the feedback of millions of users who tested prerelease versions of the new browser. The most compelling reason to upgrade is the improved security. The Internet of today is not the Internet of five years ago. There are dangers that simply didn't exist back in 2001, when Internet Explorer 6 was released to the world. Internet Explorer 7 makes surfing the web fundamentally safer by offering greater protection against viruses, spyware, and other online risks.

Get free downloads for Internet Explorer 7, including recommended updates as they become available. To download Internet Explorer 7 in the language of your choice, please visit the Internet Explorer 7 worldwide page.