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Scritto da Redazione di Quioggi.net    Mercoledì 25 Novembre 2009 00:00    PDF Stampa E-mail
La lotta delle donne arabe

Il mondo arabo è un mondo a struttura patriarcale, dominato da violazioni sistematiche dei diritti delle donne. L’emarginazione sociale, la schiavitù sessuale, le violenze in famiglia, i matrimoni imposti in tenerissima età sono realtà largamente diffuse. Sette anni fa Suzanne Mubarak, la moglie del presidente egiziano, ha fondato l’Arab Women Organization, che si batte per migliorare la condizione delle donne mediorientali ed a cui collaborano 15 delle 22 first ladies arabe. Il loro impegno ha squarciato secoli di silenzio e sta aiutando le donne  a reagire.
Nello Yemen tribale, dove la legge consente al padre di vendere le figlie in sposa prima dei 15 anni, Nojoud Mohammed Alì, una bambina di 9 anni è stata costretta a sposare uno sconosciuto di 30, che per due mesi l’ha violentata e picchiata tutte le notti. Il fenomeno delle spose bambine è  largamente diffuso, oltre che nel Medio Oriente, anche nell’Asia del Sud e nell’Africa subsahariana. Sono matrimoni legati alla povertà, al concetto dell’onore della famiglia o a regolamenti di conti tra gruppi tribali rivali. L’ONU parla di 60 milioni di spose minorenni nel mondo, e l’Unicef valuta che 70 mila ragazzine ogni anno muoiono di parto.

Nojoud (nella foto) però decide di infrangere il tabù secolare e, contro il volere della famiglia, e contro i pregiudizi della società in cui vive, con l’aiuto di un avvocato che si batte per i diritti delle donne,  riesce ad ottenere il divorzio. Nello Yemen seguono il suo esempio altre due bambine di 9 e 12 anni, ed in Arabia Saudita un’altra bambina di 8 anni, che era stata data in sposa ad un uomo di 50. Nojoud vede crescere intorno a sé il consenso delle donne arabe ed il 10 novembre 2008 riceve a New York dalla rivista Glamour il premio “Donna dell’anno”, annualmente assegnato a personaggi illustri, tra cui Hillary Clinton e Condoleeza Rice.In Sudan la legge consente di frustare senza processo le donne per abbigliamento “indecente”, e solo nel 2008 a Khartum la polizia ha arrestato 43 mila donne per il loro vestiario. Lubna Ahmed al-Hussein, giornalista e collaboratrice della missione ONU in Sudan, ha rifiutato di farsi frustare senza processo per avere indossato i pantaloni sotto tunica e velo. Ha rischiato un mese di carcere, la censura governativa le ha fatto chiudere la rubrica da lei curata sul quotidiano d’opposizione Al-Sahafa, ma l’eco mediatica del suo caso ha fatto sì che da allora nessuna donna sia stata più arrestata per avere indossato i pantaloni.

In Afghanistan tra le donne si registra un tasso di analfabetismo dell’80% contro il 50% tra gli uomini. Le donne fin da piccole sono costrette a badare ai campi o ai fratellini ed è per loro difficile frequentare la scuola, dove tra l’altro non esistono classi miste.  Le donne possono fare acquisti solo se accompagnate dal marito o da un uomo della famiglia, non possono affidare la cura dei loro capelli ad un maschio, e sono in genere costrette a matrimoni con cugini. Nelle aree del centro sud, a prevalente etnia pashtun, il 90% di loro porta il burqa classico di colore azzurro, che è pure indossato dal 60% della popolazione femminile di Kabul. A Herat  l’abbigliamento più diffuso è il chador namaz nero, di derivazione iraniana, che copre la bocca ma non gli occhi, le ragazze hazara portano solo il velo di colori sgargianti, come le tagike, che però preferiscono il blu o il marrone. Anche in Afghanistan cresce la voglia di reagire e sono sempre più numerose le donne che frequentano le scuole, vanno a votare, imparano ad utilizzare il computer, usano il telefonino, portano i tacchi a spillo sotto il burqa e sfidano i talebani con calze di pizzo, caviglie nude e occhi dipinti. 

            

(cliccare sulle immagini per ingrandirle)



 

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